Passaggi di tempo

 

             

 

I nomi delle stelle


di Anna Perrotta

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2012

Tratto da

i Quaderni di MA n°2"

Che una stella si chiami Antares è accettabile e ancora lo può essere il nome Alfa Scorpii che proviene dalla catalogazione per luminosità e per appartenenza ad una costellazione; meno adeguata dal punto vista estetico/emotivo può sembrarci un nome come BD161591 che sembra avere poco a che fare con la suggestione che provoca un cielo stellato privo del “disturbo” di un eccesso di luci artificiali o di una nube di inquinamento atmosferico.

Ma le stelle sono veramente troppe per poter dar loro dei semplici nomi evocativi e l’essere umano ha bisogno di dare nomi ad ogni cosa che faccia parte della sua sfera conoscitiva, anzi ancor più ha bisogno di ordinare, di classificare, di catalogare ogni “cosa”. Questo bisogno nasce dall’esigenza di dominare la complessità e l’uso di codici numerici o alfanumerici appare essere l’unica via per dominare in qualche modo l’infinito, che in modo spesso inquietante si affaccia alla nostra mente in ogni sguardo verso la sfera celeste.

Gli insiemi numerici (numeri naturali, numeri reali,... ma anche numeri pari, numeri dispari...) attenuano l’inquietudine umana con la loro apparentemente semplice e innocua “infinità”, anche se in realtà posseggono dentro di sé i germi di minacciosi paradossi come questo: i numeri naturali sono infiniti, al loro interno i numeri quadrati sono solo una piccola parte di essi pur essendo a loro volta infiniti, ma se ad ogni numero naturale associamo in maniera biunivoca il suo quadrato allora i quadrati sembrano essere tanti quanti sono i numeri naturali ....

Ma nella vita di ogni giorno l’infinito non ha molto spazio e questi ed altri paradossi matematici non disturbano il nostro andare quotidiano, fin quando guardando le stelle siamo presi da una irrefrenabile voglia di contarle. Ma tutto va a posto, ogni stella ha un nome, per brutto che ci possa sembrare nella sua fredda forma alfanumerica, ogni stella è catalogata come catturata e imprigionata per l’eternità.

Così la prima serie di tavole dell’opera di Antonio Barbagallo appare rassicurante nella sua rappresentazione in chiave artistica di una lineare catalogazione, quasi come un album fotografico di famiglia in cui sotto ogni primo piano viene fornito il nome di una zia, di un nonno, di un cugino o una bisnonna, affinché i discendenti di terza, quinta, ottava generazione possano anch’essi dare un nome ad ogni “cosa”. Altrettanto rassicurante come può esserlo per un bambino la capacità di contare quando afferra il meccanismo di una numerazione posizionale come la nostra numerazione decimale.

Ma nella seconda serie di tavole la fusione della cera copre e deforma il codice/nome e ci conduce a ripensare il nostro album di stelle in chiave più dinamica e in quanto tale più impegnativa e meno rassicurante. Ci induce a immaginare che anche quei puntini luminosi, che la catalogazione scientificamente elaborata ci ha permesso di inglobare nella nostra conoscenza, hanno un loro percorso di vita che il codice alfanumerico non riesce completamente a rappresentare perchè la luminosità, la posizione, la vita stessa di ogni astro nel firmamento si modifica continuamente, anche se in tempi che sembrano incommensurabili rispetto ad ogni vita sulla crosta terrestre.

Nella terza serie di lastre il completamento del percorso. La cera ha cancellato non le stelle, non i codici ma la loro correlazione e i codici restano nella loro atemporale forma di simboli che stanno per qualcos’altro, un qualcosa che non è più lì o che semplicemente non è più perchè ha concluso senza che noi lo immaginassimo il suo ciclo vitale. I codici sono appena leggibili nelle scie che le stelle hanno tracciato, sono tutto quello che rimane, nomi nudi di “cose” che non possono che riempire un firmamento virtuale.


 


 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

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